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Mal di schiena: quando serve il medico e quando serve muoversi

· Alessio Bidese

Trattamento manuale sul lettino — studio AB Lab Torino

Ti pieghi per raccogliere una borsa, come hai fatto mille volte. Questa volta però qualcosa “si blocca”: una fitta bassa, la schiena che si irrigidisce, e la giornata che cambia programma.

Se ti è successo, sei in compagnia numerosa: la lombalgia — il dolore nella parte bassa della schiena — è uno dei disturbi più diffusi in assoluto. Si stima che fino a 8 persone su 10 la sperimentino almeno una volta nella vita.

La buona notizia: nella grande maggioranza dei casi non c’è nulla di grave, e il decorso è favorevole. La notizia meno buona: quello che facciamo istintivamente — fermarci del tutto — è spesso la scelta peggiore.

Prima di tutto: i casi in cui serve il medico

Partiamo da qui, perché è la cosa più importante di tutto l’articolo.

Il mal di schiena comune è fastidioso ma benigno. Esistono però alcuni segnali — pochi e precisi — che richiedono una valutazione medica in tempi rapidi, perché possono indicare qualcosa di diverso dalla semplice lombalgia:

  • dolore comparso dopo un trauma importante (caduta, incidente);
  • febbre o perdita di peso senza spiegazione, insieme al dolore;
  • formicolii o perdita di forza a una o entrambe le gambe che peggiorano;
  • perdita di controllo di vescica o intestino, o insensibilità nella zona tra le gambe;
  • dolore che non cambia mai, nemmeno cambiando posizione, e che sveglia sistematicamente di notte.

In presenza di uno di questi segnali, il primo appuntamento non è dal massoterapista: è dal medico. E te lo diciamo noi, che di lavoro trattiamo schiene.

Se invece questi segnali non ci sono — ed è la situazione di gran lunga più frequente — continua a leggere.

Il riposo assoluto è quasi sempre una cattiva idea

Per decenni il consiglio standard è stato “stai a letto finché non passa”. Oggi le linee guida internazionali dicono l’opposto: per la lombalgia comune, restare attivi entro i limiti del dolore porta a recuperi più rapidi rispetto al riposo a letto.

Il motivo è concreto. Una schiena che si ferma si irrigidisce, i muscoli che la sostengono si indeboliscono, e il cervello — che è l’organo che “produce” il dolore — impara ad associare il movimento alla minaccia. Più eviti di muoverti, più muoverti fa paura, più il dolore tende a cronicizzare.

Questo non significa allenarsi come se niente fosse, né stringere i denti “perché il dolore va sfidato”. Significa continuare a camminare, cambiare spesso posizione, fare i movimenti quotidiani che il dolore consente. Il dolore, nei primi giorni, è un volume da gestire: non un semaforo rosso assoluto.

”Ma la risonanza cosa dice?”

Un’altra convinzione dura a morire: senza una risonanza non si sa cosa fare.

La realtà è più sfumata. Ernie, protrusioni (rigonfiamenti più lievi del disco) e segni di “usura” dei dischi compaiono nelle risonanze di moltissime persone che non hanno alcun dolore — la loro frequenza aumenta con l’età anche in chi sta benissimo. Trovare un’alterazione nell’immagine non significa automaticamente aver trovato la causa del dolore.

Per questo le linee guida riservano gli esami di immagini — risonanza, TAC, radiografie — ai casi con i segnali d’allarme visti sopra, o a dolori che non migliorano dopo settimane di gestione corretta. Negli altri casi, la valutazione clinica — la storia, i movimenti, i test manuali — dice di più di quanto si creda.

Cosa può fare il trattamento manuale (e cosa no)

Chiariamolo senza giri di parole, perché è il nostro mestiere ed è giusto essere onesti: la massoterapia non “sistema” le vertebre, non scioglie ernie, non cura patologie.

Quello che il lavoro manuale può fare — e la letteratura lo supporta come parte di un approccio combinato — è dare sollievo ai muscoli contratti, ridurre la percezione di rigidità e rendere più facile quello che conta davvero: tornare a muoversi. È un mezzo, non il fine.

Per questo nel nostro studio il trattamento non viaggia mai da solo. Prima c’è una valutazione: da quanto tempo c’è il dolore, come si comporta, cosa lo modifica, come ti muovi. Poi, se ha senso trattare, si tratta — e in parallelo si costruisce la parte attiva: esercizio graduale, rinforzo, fiducia nel movimento. Ed è sempre nella valutazione che, se emerge qualcosa che non ci convince, ti diciamo di andare prima dal medico.

La schiena è più robusta di quanto pensi

Se c’è un’idea da portare a casa, è questa: una schiena che fa male non è una schiena rotta. È quasi sempre una schiena che, per mille motivi — carichi improvvisi, stress, sonno scarso, settimane sedentarie — ha alzato la voce.

Ascoltarla non significa immobilizzarla. Significa capire cosa sta dicendo, escludere le poche cose serie, e poi riportarla a fare quello per cui è progettata: muoversi.